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Casa Universale di Giustizia : 10-04-87 situazione in Egitto
Casa Universale di Giustizia
10 aprile 1987

All'Assemblea Spirituale Nazionale dei Bahá'í d'Italia

Accordo Internazionale per i diritti civili e politici.

Facendo seguito alla lettera che avete ricevuto dall'Ufficio della Comunità Internazionale Bahá'í presso le Nazioni Unite a Ginevra sulle circostanze della ratifica da parte dell'Egitto del Patto sopra menzionato e sulla dichiarazione pronunciata in occasione della sua entrata in vigore in quel Paese, vi vogliamo informare che il processo degli amici in Egitto che doveva essere celebrato il 6 aprile 1987 è stato rimandato all'11 maggio 1987.

Come forse ricorderete, le accuse mosse contro gli amici erano basate sui termini del decreto presidenziale n. 263, firmato dal presidente Nasser nel 1960. che ordinava lo scioglimento di tutte le Assemblee Spirituali Bahá'í in Egitto e ne proibiva le attività. L'applicazione dell'Accordo Internazionale sui Diritti Civili e Politici, ratificato dall'Egitto il 14 gennaio 1982, avrebbe dovuto ovviamente abrogare ogni legge precedente contrastante con le sue disposizioni, a meno che il Paese non avesse sollevato riserve depositandole presso le Nazioni Unite. Secondo informazioni ottenute dai competenti Uffici delle Nazioni Unite, l'Egitto non ha sollevato alcuna riserva alle disposizioni del suddetto Patto, incluso naturalmente l'articolo 18 che sancisce il diritto di ogni individuo di scegliere e cambiare liberamente la propria religione o credenza, nonché il suo diritto di praticare liberamente il proprio credo in privato e in pubblico, da solo e con altri.

Ma nel pubblicare il 15 aprile 1982 il testo arabo del decreto promulgante il suddetto Accordo e annunciante la sua entrata in vigore in territorio egiziano, si è accennato molto vagamente alla sua conformità con le leggi islamiche. Benché tale dichiarazione non costituisca una valida riserva secondo i criteri occidentali e internazionali, i tribunali egiziani hanno, in passato, trovato in dichiarazioni di questo tipo un pretesto per privare i Bahá'í delle garanzie legali e costituzionali per la protezione della libertà religiosa. Cioè, è ora cruciale sapere se si tratta di una dichiarazione attestante la conformità dell'Accordo Internazionale per i Diritti civili e politici con le leggi islamiche senza quindi inficiarne la piena applicazione o se, al contrario, quella dichiarazione non costituisce una riserva condizionante l'applicazione dell'Accordo alla sua conformità con le leggi islamiche. Ovviamente, in questo caso, i Bahá'í saranno privati di ogni libertà religiosa e del diritto di praticare la loro religione prevista nell'Accordo e la loro condanna sarebbe inevitabile. In tal caso, l'Egitto sarebbe considerato come un Paese che applica un criterio duplice aggiungendo riserve restrittive all'applicazione del trattato sul suo territorio senza informarne gli organismi internazionali o gli altri stati che hanno aderito all'accordo.

Perciò vi invitiamo a contattare immediatamente i funzionari interessati del vostro Governo e, dopo aver spiegato le attuali circostanze del processo dei Bahá'í in Egitto, a chiedere loro di aiutarci a chiarire questa situazione ambigua con ogni mezzo che ritengano idoneo, preferibilmente entro l'11 maggio 1987, la data in cui il tribunale ha previsto di emettere la sentenza. Inutile dire che dovete comunicare immediatamente al Centro Mondiale Bahá'í il risultato dei vostri sforzi affinché l'informazione possa essere riferita al legale che difende i Bahá'í in Egitto.


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